Oggi sembra strano pensarlo, ma l’Italia è stata per secoli, fino alle prime decadi del ’900, il secondo produttore mondiale di canapa dopo l’Unione Sovietica. In tutta la penisola, ancora nel 1910, si coltivavano a canapa oltre 80mila ettari di terreni, oltre la metà dei quali in Emilia-Romagna. Oltre a Ferrara il maggior centro di produzione e lavorazione della canapa era Carmagnola (nel torinese), località che diede il nome anche ad una varietà particolarmente pregiata di canapa tessile (la carmagnola appunto) che era ritenuta la migliore per qualità e resistenza delle sue fibre. Carmagnola fu non solo un rigoglioso centro di coltivazione, ma l’attività era fervente anche per quanto riguardava le fasi di lavorazione e commercio, che spingevano la sua pregiata canapa verso la Liguria ed il sud della Francia, in particolare Marsiglia.

Nelle dieci fotografie che seguono, la cui pubblicazione ci è stata gentilmente concessa dalla Biblioteca Storica Nazionale dell’Agricoltura, è possibile apprezzare quelle che erano le fasi ed i processi di lavorazione tradizionale della canapa tessile. Attività che tra agosto e novembre coinvolgevano migliaia di contadini, donne e uomini che con grande fatica selezionavano e maceravano la canapa fino ad estrarne la fibra che sarebbe andata a costituire la materia prima con la quale per secoli si sono costruite corde, carta, vele per le navi, tovaglie e tanto altro.

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1. Il trasporto dei fasci di canapa.
 La raccolta degli steli, alti fino a 4-5 metri, veniva fatta ai primi di agosto. Gli steli, una volta essiccati, venivano battuti per terra, in modo da far cadere le foglie, e successivamente raccolti in fasci conici del diametro di due metri, successivamente il contadino tagliava gli steli col falcetto recidendoli alla base, e li riordinava sul campo incrociati a “X”, quindi venivano trasportati verso il macero.


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2. Scarico della canapa.
 I fasci incrociati, detti “mannelli”, vengono scaricati ed avviati al macero.

 

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3. Collocazione al macero. I mannelli venivano immersi nell’acqua stagnante in due o piú strati per circa otto giorni. Questa operazione permetteva lo scioglimento delle sostanze collanti che tengono uniti fibra tessile e stelo.


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4. Macerazione.
 Per macerare, la canapa doveva restare continuamente immersa nell’acqua. Per evitare il galleggiamento, uno dei sistemi era l’appesantimento dei fasci con pietre.


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5. Stigliatura.
 Dopo la macerazione e l’asciugatura i fasci di canapa vengono avviati alla scavezzatrice, macchina che frantumava gli steli per facilitarne la separazione.


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6. Strigliatura o scavezzatura.
 Questo passaggio, una tempo effettuato a mano e da fine ’800 attraverso un apposito macchinario, consentiva di frantumare gli steli al fine di ricavarne la fibra.


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7. Gramolatura.
 Procedura che consentiva di spezzare gli steli della canapa mediante l’uso di uno specifico utensile: la gramola, uno strumento a leva di legno, lungo e ingombrante che, a causa della sua pesantezza, era piuttosto faticoso da manovrare. Per questa fase della lavorazione si ricorreva spesso ad una manodopera specializzata, i cosiddetti “garzuler”.


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8. Pulizia della filaccia.
 Al termine del processo di gramolatura si aveva la filaccia, cioè la fibra di canapa pronta per la lavorazione. Questa veniva ulteriormente pulita e battuta per toglierne le residue impurità.

 


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9. Filaccia, dettagio.
 Ogni passaggio della lavorazione della canapa coinvolgeva anche la manodopera femminile. Alle donne era riservato il lavoro di meticolosa pulizia della fibra, anche se ciò non le esentava di certo dagli altri processi ben più faticosi della lavorazione.


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10. Accatastamento della filaccia.
 La fibra di canapa ottenuta, una volta completato il processo di pulitura, veniva accatastata pronta per essere inviata alla lavorazione o esportata ancora grezza.

Fonte: dolcevitaonline.it

 

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