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Il 2016 per il settore sarà ricordato come l’anno in cui è stata finalmente approvata una legge che regola la canapa industriale italiana. Era l’ultimo tassello che mancava per dare maggiore fiducia alle aziende ed ai possibili investitori, con l’ottica di tornare a dire la nostra in un settore in cui abbiamo da sempre primeggiato.

E’ una legge di portata storica, della quale non tutti hanno compreso l’importanza per il nostro Paese che, fino alla metà del secolo scorso, era il primo produttore di canapa al mondo per la qualità ed il secondo, dietro solo alla Russia, per quantità. Nel periodo migliore in Italia erano coltivati a canapa oltre 120mila ettari con un rendimento annuo che sfiorava gli 800mila quintali.
 Nel 1914 la provincia di Ferrara produceva 363mila quintali di canapa, contro i 157mila della provincia di Caserta, i 145mila della provincia di Bologna e gli 89mila del napoletano. In molte Regioni italiane ancora oggi è facile imbattersi in piccoli e caratteristici laghetti artificiali, i così detti maceri o marcite, dove un tempo venivano messi a bagno i fusti della canapa per la prima fase della lavorazione.

Non è un azzardo sostenere che la storia economica dell’Italia è stata in parte legata alla coltivazione di questa pianta ed alla fabbricazione dei prodotti daessa derivanti; non a caso i tessuti e le corde prodotti con la varietà autoctona Carmagnola venivano esportati in tutto il mondo: sin dal XIV secolo la marina inglese li ha utilizzati per l’allestimento delle sue navi. Le caravelle che hanno solcato gli oceani cambiando la storia dell’umanità erano fatte di due elementi: legno per lo scafo e gli alberi e canapa per le vele, le corde ed il calafataggio (l’impermeabilizzazione in canapa tra le tavole di legno). Ancora oggi l’Amerigo Vespucci per statuto deve avere le vele di canapa della varietà Carmagnola.

Le eccezionali proprietà di resistenza e di compattezza del tessuto in fibra di canapa hanno consentito alle popolazioni delle antiche civiltà di fare grandi progressi nella navigazione, col superamento dei limiti della forza-lavoro che era impiegata sulle navi a remi (imbarcazioni più grandi, maggiori distanze percorribili, attraversamento di mari più aperti e profondi); perciò si può affermare con assoluta certezza che le vele in canapa, grazie alle caratteristiche esclusive che né il cotone, né il lino avrebbero potuto assicurare, hanno consentito il grosso salto di qualità negli scambi commerciali e nelle relazioni tra i popoli. La carta di canapa è stata utilizzata per stampare le prime copie della Bibbia di Gutenberg, la stessa utilizzata per la bozza della dichiarazione d’Indipendenza americana o le banconote in Francia. Abbiamo esportato canapa per secoli utilizzandola per vestirci, scaldarci, nutrirci e curarci.

Oggi dal nord al sud le coltivazioni stanno facendo la loro ricomparsa e sono moltissime le testimonianze di nipoti che fanno ripartire una storia che i loro nonni conoscevano bene e rischiava di essere perduta. La storia di una pianta che può tornare nutrire uomini ed ambiente, facendo rivivere tradizioni diventate cultura con un nuovo tipo di sviluppo ed economia, finalmente sostenibili.

È ora di cambiare il modo in cui industria e agricoltura interagiscono. La canapa è rinnovabile, biodegradabile e vantaggiosa per l’ambiente. Con la rinascita di un’industria basata su questa pianta avremmo l’opportunità di tornare a sviluppare dei circuiti economici virtuosi, nei quali l’uomo può trarre il profitto necessario rispettando l’ambiente in cui si trova a vivere.

Le prime volte che cercavamo di spiegare come la canapa possa sostituire completamente i prodotti derivati da petrolio ed energie fossili, qualcuno ci guardava con l’accondiscendenza silenziosa che si accorda ai pazzi. In effetti avevamo torto: la canapa può fare molto di più. Può guidarci con naturalezza (letteralmente) dritti dritti verso una nuova rivoluzione industriale.
Un futuro diverso è possibile e dipende da ciascuno di noi: lasciamoci salvare dalla canapa.

Mario Catania

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