MultihempIn Italia la canapa sta facendo la sua ricomparsa nei campi da nord al sud, con un mercato che si sta sviluppando in larga parte intorno alla lavorazione di canapa da seme per ottenere prodotti alimentari. Il valore aggiunto della pianta di canapa sta però nella fibra, considerata in passato come “l’oro verde”.

“La canapa è sempre stata una coltura da fibra, e l’industria europea è ancora oggi basata sul mercato della fibra”, racconta Stefano Amaducci, professore della facoltà di Agraria dell’Università del Sacro Cuore di Milano che ha coordinato Multihemp, un grande progetto finanziato dall’Unione Europea e conclusosi da poco. “Il seme in teoria sarebbe un co-prodotto ed i procedimenti industriali sono quelli che avvengono sullo stelo e sulla fibra”, continua a spiegare Amaducci specificando che: “Quello del seme è invece un mercato agricolo. Da due o tre anni l’incremento della superficie coltivata a canapa in Europa è però dovuto esclusivamente alla canapa da seme perché il mercato della fibra è rimasto uguale dal 2010”.

E così è nato Multihemp: 22 partner di cui 13 piccole e medie imprese provenienti da 11 Paesi europei, con il coinvolgimento anche della Cina con lo scopo “di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per rinnovare ed espandere il mercato dei prodotti a base di canapa”. Un progetto biotecnologico, come ha evidenziato Amaducci, “incentrato sul tentativo di dare anche alla canapa quegli strumenti legati alle conoscenze genetiche e fisiologiche che permettono di avere un miglioramento genetico moderno, oltre ad aver sviluppato diversi prodotti ed applicazioni d’uso”.

Cos’è il progetto Multihemp?
E’ iniziato nel 2012 ed ultimato il 28 di febbraio 2017. E’ un progetto ampio finanziato dall’Unione europea con 6 milioni di euro a fronte di un costo totale di 8 milioni. Essendo un progetto di ricerca e sviluppo lo scopo principale è stato quello di avanzare la conoscenza scientifica necessaria per consolidare e rinnovare il mercato dei prodotti rinnovabili a base di canapa. C’erano un’ampia serie di obiettivi specifici, alcuni legati a destinazioni d’uso precise come prodotti che abbiamo sviluppato, anche se il progetto era incentrato più che altro sul dare anche alla canapa quelle conoscenze fisiologiche e genetiche che permettessero di fare un miglioramento genetico moderno. Chi oggi fa breeding con la canapa lo fa seguendo le procedure degli anni ’60, non ci sono marcatori molecolari o conoscenze fisiologiche particolari.

Che prodotti avete sviluppato?
Img1bUn sistema d’isolamento basato su dei fiocchi di canapa, ideato per il nord europa dove sono presenti i doppi muri, con la possibilità di iniettare all’interno di questa doppia camera i diversi materiali. E’ un sistema che l’azienda partner Ventimola sta cercando di commercializzare, con un’altra azienda di produttori di canapa, Planet Chanvre, che ha costruito un impianto con tecnologia tedesca a nord di Parigi e che è interessata ad usare la fibra di canapa per questo sistema.
Altra applicazione è la realizzazione di pannelli a base di canapa e canapulo in particolare, che ha visto CMF Technology sviluppare lo spin off CMF Greentech azienda italiana che ha fatto l’upgrade industriale ed ha presentato il proprio impianto produttivo a Ecomondo a Rimini.
Poi abbiamo un’altra destinazione che è quella della fibra di canapa come rinforzo di materiali compositi dall’alto valore aggiunto e prodotti cosmetici: un’azienda spagnola Ctaex, che in realtà è un istituto di ricerca, ha realizzato una serie di prodotti a base di olio di canapa come creme, lozioni e shampoo. Invece con l’Università di York, che ha una piattaforma di bioraffineria, abbiamo provato a dare valore aggiunto ai sottoprodotti della lavorazione. Quando ad esempio si estrae la fibra dal canapulo rimane la polvere ed è stata valutata la possibilità di utilizzarla per produrre bioetanolo, oppure hanno fatto delle analisi sugli scarti delle acque di macerazione della canapa.
Abbiamo inoltre sviluppato la possibilità di utilizzare gli scarti della trebbiatura per estrarre cannabinoidi. E’ un dottorando di ricerca che sta seguendo il progetto dopo una prima pubblicazione.

E di cos’altro si è occupato il progetto?
Di aspetti fisiologici e genetici per cercare di migliorare la canapa ad esempio per la qualità della fibra. L’Università di York aveva già realizzato una varietà di canapa ad alto oleico in modo da aumentare la “vita” dell’olio di canapa. Può tornare utile perché la canapa coltivata in terreni inquinati dove non si può pensare a produzioni alimentari, la varietà alto oleico potrebbe essere molto interessante per destinazioni tecniche come ad esempio le bioplastiche o la fibra per materiale di rinforzo.
Abbiamo poi lavorato sull’individuazione di marcatori molecolari per poter fare il miglioramento genetico e capire quali fossero i geni legati a caratteristiche interessanti come la sensibilità al fotoperiodo, la qualità della fibra e cose di questo tipo.
Poi abbiamo valutato tutta la parte delle tecniche culturali come il livello di azoto, la densità piante, l’epoca di raccolta e di semina influenzassero la produzione e la qualità della fibra. Con l’Università di Brema abbiamo sviluppato un sistema per valutare la qualità: in tutti i settori legati alla fibra naturale, cotone a parte, ci sono poche modalità per stabilire i parametri della qualità della fibra con nuovi parametri qualitativi come la decorticabilità e l’efficienza con la quale riusciamo ad estrarre la fibra dalla pianta.

Secondo lei come inciderà questa ricerca sullo sviluppo della canapa italiana?
Questo progetto era maggiormente incentrato sulla fibra perché la canapa di base è sempre stata una coltura da fibra e l’industria della canapa, in Europa, è un’industria della canapa da fibra. Sullo stelo infatti c’è bisogno di vere e proprie lavorazioni industriali, cosa che non avviene per la canapa alimentare, che ha un mercato prevalentemente agricolo. In Italia oggi la canapa è essenzialmente una coltura da seme.

Il motivo è che non abbiamo le industrie che effettuano queste lavorazioni?
Sì, ma dobbiamo anche chiederci perché non abbiamo questo tipo di industrie. Dietro c’è un mercato della fibra stagnante, che non sta crescendo e rimane nella testa di chi crede che possa essere interessante. Oltre al fermento al quale stiamo assistendo nel nostro Paese, c’è bisogno che ci sia una crescita del mercato. Il mercato della fibra della canapa comprende la carta e poi quelli emergenti o più consolidati come quello del biocomposito per l’automobile e tessili tecnici. Il settore dell’automobile, quello più redditizio, è però legato a quelle poche aziende che la utilizzano ma che potrebbero ad esempio usare il kenaf o un’altra fibra, quindi è un mercato che stiamo difendendo e che non è in espansione. Visto che se ne parla da 20 anni io, da ricercatore, comincio a farmi delle domande. E’ da anni che si parla del mercato dei biocompositi come di un possibile “sleeping giant” un gigante addormentato in procinto di svegliarsi, ma alla fine c’è bisogno di un cambiamento anche a livello di consumatori che apprezzino la fibra naturale fatta in Europa e creino quel valore aggiunto che secondo me oggi la filiera dal basso non è in grado di creare.

C’è un possibile mercato tessile che unisca il made in Italy ad una fibra italiana?
Sì, senza ombra di dubbio. Il problema è come alimentarlo. C’è un mercato per la canapa tessile, il problema è che non c’è la canapa tessile.

E’ un cane che si morde la coda?
Paradossalmente c’è la fibra tecnica e tutti quelli che hanno impianti da canapa da fibra in Europa, viaggiano ad un livello di produzione inferiore alle capacità. Questo succede perché il mercato della fibra tecnica è quello. E quindi anche l’idea di fare un impianto da fibra è difficile da realizzare a meno che non si abbia già un mercato di riferimento, o un’idea di utilizzarla in un’applicazione costruendo un piccolo impianto mirato. Oggi bisogna fare uno sforzo per creare il mercato. Invece sul tessile il mercato c’è già e quindi vale il discorso opposto. Il problema è che la fibra che c’è oggi sul mercato è fibra tecnica. Il mercato tessile è un’idea che si può sviluppare dove il costo della manodopera è più basso anche perché è paradossale che la più grossa produzione per quantità e qualità di lino (fibra lunga) al mondo è in Francia, ma la fibra francese va in Cina. Inoltre in Italia nessuno parla di macerazione, che per la canapa tessile è un problema fondamentale.

Si era provato a meccanizzare la macerazione negli anni ’60?
Negli anni ’60, l’ultimo tentativo di salvare l’agonizzante canapa italiana fu quello di meccanizzare la macerazione in acqua. Venendo create delle macchine che mettevano gli steli di canapa in acqua e poi li tiravano fuori. Oggi sarebbe una cosa impensabile per i costi.

Quale potrebbe essere la soluzione?
Potrebbe essere quella della macerazione in campo facendo poi una stigliatura non lunga, per un fibra che possa essere cardabile come la lana.

Ed il futuro della canapa italiana come lo vede?
Lo vedo confuso, perché immagino che partiranno tanti piccoli progetti a livello regionale. Quindi vedo un futuro frammentato. Federcanapa, io faccio parte del Consiglio scientifico, potrebbe essere una realtà nazionale che si propone di coordinare le attività e le conoscenze. Forse con la nuova legge nascerà un progetto nazionale, perché se no il rischio è che ogni regione finanzi, per il fascino della canapa, piccoli progetti che poi vengono replicati, senza nessun tipo di coordinamento.

Mario Catania 

 

 

 

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