“Per la cannabis light la soluzione è il monopolio”, Filippo Gallinella fa il punto della situazione

CBD e cannabis light //

Cannabis light e monopolio, il CBD e i suoi utilizzi e la polemica scatenata dall’inserimento della canapa nell’elenco delle piante officinali. Abbiamo chiesto a Filippo Gallinella, deputato del M5S e presidente della Commissione Agricoltura, di fare chiarezza su diversi punti fondamentali per il settore.

Lui, per onore di cronaca, l’aveva già fatto presentando un emendamento al decreto Milleproroghe, respinto perché ritenuto inammissibile, in cui esponeva la sua soluzione. Innanzitutto “dotare di un quadro normativo di riferimento la produzione e la vendita di derivati della canapa destinati a essere fumati o inalati. Era questo l’obiettivo della proposta emendativa al Dl Milleproroghe che modifica la legge 242/2016 e recepisce le indicazioni in materia di cannabidiolo della sentenza della Corte di Giustizia del novembre 2020”.

E secondo Gallinella la soluzione sarebbe quella del monopolio. Il motivo? “Questi prodotti sono di fatto assimilabili ai tabacchi, in quanto solidi fumabili, e alle sigarette elettroniche, se in forma liquida inalabile. Pertanto applichiamo le norme e le avvertenze esistenti per le questioni sanitarie, per la cessione al pubblico mediante punti vendita autorizzati, includendo gli attuali negozi dedicati, e relative modalità di approvvigionamento. Sotto il profilo fiscale si registrerebbe un incremento per le entrate erariali (accise o imposta di consumo, oltre l’IVA); per le sole infiorescenze è stata prevista un’accisa base del 23,5%”.

Quindi tassazione, controlli sulla salubrità del prodotto per tutelare i consumatori, e inclusione dei negozi che già oggi propongono prodotti a base di canapa. Ultimo punto: “Definiamo, infine, i termini di liceità dei prodotti, recependo l’orientamento giurisprudenziale prevalente e confermato dal Ministero dell’Interno del limite massimo dello 0,5% di THC. Al di sotto di questa soglia, gli effetti droganti sono irrilevanti e il prodotto si può commercializzare e consumare. Diamo così attuazione alla sentenza della Corte di Cassazione Penale del maggio 2019, liberando i tribunali di un inutile aggravio di lavoro, andando a modificare poi il DPR 309 del 1990”.

La canapa è stata inserita tra le piante officinali scatenando diverse reazioni. Secondo l’avvocato Lorenzo Simonetti, essendo un decreto, non tocca le attività normate dalla 242, è corretto?
Certamente, non potrebbe essere diversamente del resto. Come è noto a tutti, un decreto ministeriale non può modificare una legge essendo una norma di rango inferiore. Ricordiamo che la legge 242 disciplina coltivazione e controlli e, quindi, permette agli agricoltori di lavorare in sicurezza anche per produrre olio e semi, rispettando alcuni parametri di sicurezza alimentare stabiliti dal Ministero della Salute.
In merito alla vendita di parti della pianta, la 242 si rifà al florovivaismo: pertanto piante ornamentali e fiori recisi non secchi.
Non mi sembra corretto, però, sminuire il decreto sulle piante officinali a questo dibattito. Si tratta di un provvedimento atteso da tempo da un settore con buone potenzialità di crescita. Viene aggiornato l’elenco delle piante officinali nonché si disciplina la raccolta di quelle spontanee: ciò permetterà a tante imprese agricole di diversificare i propri introiti. Non possiamo, dunque, che salutarlo positivamente.

Possiamo anche chiarire che è la produzione di “foglie”/”piante”/”sostanze attive” dal punto di vista medicinale ad essere sottoposta all’autorizzazione del Ministero della Salute?
Permettetemi di far chiarezza, facendo un passo indietro. Con la pianta di canapa, lo sappiamo, si fanno tante cose: dal tessile, alla bioedilizia, all’alimentare. L’infiorescenza, poi, ha tantissimi principi attivi di interesse medico nonché sostanze di interesse alimentare nonché vi è un, indubbio, interesse ludico: tema attualmente dibattuto.
Se l’obiettivo è quello di estrarre dalla pianta i principi attivi a uso medicale occorre seguire la procedura prevista dal Ministero della Salute. Il THC è una sostanza altamente ricercata per il suo uso medico e di cui il nostro Paese è in sottoproduzione: è bene precisare, però, che lo stabilimento di Firenze utilizza cultivar diverse da quelle che sono utilizzate in campo; cultivar specifiche con elevate percentuali di THC selezionate dal CREA, l’Ente di ricerca del Ministero delle Politiche agricole. La nostra idea è quella di incrementare la produzione nazionale anche in collaborazione con i privati: per far questo, abbiamo già stanziato fondi nella Legge di Bilancio 2019 e attendiamo che il Ministero della Salute emani i relativi bandi. Per utilizzare, invece, il cannabidiolo presente nelle infiorescenze l’approvazione deve provenire dall’AIFA, secondo i dettami dell’EMA, l’Agenzia europea del Farmaco: il CBD non è una sostanza psicotropa ma una farmacologicamente attiva e, sinora, sono due i farmaci con cannabidiolo naturale (quello estratto dalla pianta) autorizzati: il sativex e l’epidiolex.
Se l’interesse, invece, è quello alimentare, ad oggi possiamo già vendere semi, olio e farina. Basta, infatti, rispettare alcuni parametri come indicati da un decreto del Ministero della Salute. Nell’ultimo periodo, però, ha preso interesse un altro aspetto che è quello dell’utilizzo del CBD ad uso alimentare/integratore. Per raggiungere questo obiettivo è necessario seguire la disciplina del Novel Food che regolamenta i nuovi alimenti non presenti nel territorio comunitario ante 1997, come ad esempio la pasta con farina di insetti. La procedura è alquanto articolata: si deve far domanda presso il Ministero della Salute, qui la Direzione Generale SANTE valuta alcuni aspetti del dossier per poi passarlo all’EFSA, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, per l’introduzione in commercio dell’alimento. Attualmente vi sono 5 dossier in analisi, di cui uno di un’azienda italiana.

E per quanto riguarda le infiorescenze?
Ho più volte proposto una modifica alla Legge 242 per far sì che le infiorescenze che provengono da canapa certificata sotto un certo livello di THC venissero escluse dal DPR 309, il testo di regolazione degli stupefacenti che non fa distinzione tra i tipi di canapa al suo interno, affinché chi commercializza questo prodotto non incorra nelle sanzioni. Dobbiamo esser consapevoli, però, che si tratta di un prodotto da collezione e, dunque, senza alcun controllo alimentare o sugli agrofarmaci. Su questa direzione va, in parte, anche il Referendum sul quale saremo chiamati ad esprimerci nei prossimi mesi, dopo la valutazione dei quesiti da parte della Corte Costituzionale: il referendum abrogativo vuol depenalizzare chi coltiva nei fatti ad uso personale. Rimane, pertanto, necessaria in qualsiasi caso – anche nell’eventualità di un esito positivo del testo referendario – la modifica del DPR 309.

Quindi la tutela del consumatore da una parte… e dall’altra per lei la soluzione è il monopolio?
L’altra questione che ho portato avanti in questi anni è quella relativa alla ‘filiera del prodotto da fumo fatto con infiorescenze’. Si tratta, a mio parere, di un aspetto da valutare e da portare avanti perché se il consumatore vuole fumare le infiorescenze a basso contenuto di THC, qualcuno deve garantirgli che all’interno non vi siano muffe o, peggio, residui di agrofarmaci o altro che possano procurargli danno. Per questo, ritengo che l’unica soluzione sia trasformare la filiera della canapa proveniente da seme certificato in un Monopolio di Stato, dove le tabaccherie possano vendere le infiorescenze in miscela col tabacco sotto un certo contenuto di THC. A venderlo in tranquillità potranno esserlo anche i negozi esistenti attualmente e che commercializzano altri prodotti da canapa: nella mia proposta sarà sufficiente una semplice registrazione all’Agenzia delle Entrate.
Queste, insomma, le mie idee per il futuro del settore con l’auspicio che possa crescere ma sempre nella legalità, ovviamente.

Mario Catania

 

 

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