La canapa, non solo in Italia, è la coltura del momento. Il fenomeno cannabis light, all’inizio sottostimato e poco considerato, è stato il volano che ha creato intorno a questa pianta un interesse e fermento mai visti prima. Secondo stime recenti in questo 2018 saranno seminati oltre 4mila ettari a canapa dal nord al sud Italia: nel 2017 erano stati meno di 3mila, 5 anni fa eravamo a 400 ettari e quindi abbiamo assistito ad una crescita delle superfici coltivate di 10 volte in soli 5 anni.

Se i problemi che la globalizzazione ha portato ai contadini nostrani sono ben noti, avere un prodotto di cui al momento c’è grande richiesta e che può essere venduto a prezzi vantaggiosi fa gola a tutti. Senza contare che la canapa è un’ottima coltura a rotazione anche per il fatto di migliorare ed arieggiare i terreni nei quali viene coltivata, garantendo una migliore resa per ciò che verrà coltivato nel campo in futuro. Sarà da verificare la capacità delle diverse aziende agricole di finalizzare una produzione di qualità, e la capacità del mercato, in base alla richiesta, di assorbire le nuove produzioni italiane.

Per dare una mano ai numerosi agricoltori che hanno seminato canapa o stanno per farlo con l’obiettivo di raccoglierne i fiori, abbiamo fatto quattro chiacchiere con i ragazzi di CanapAroma, azienda di Roma che dopo aver sviluppato negli anni passati una linea alimentare di prodotti derivati dal seme, oggi si dedica con successo anche alla coltivazione e commercializzazione di infiorescenze.

Quali tra le varietà certificate sono le migliori se si vogliono produrre infiorescenze?
In realtà riteniamo che non ci siano varietà dioiche più indicate di altre per la produzione di infiorescenze. Essendo queste tutte genetiche selezionate negli anni per la produzione della fibra, la soluzione migliore per il mercato della cannabis light è selezionare direttamente i fenotipi più interessanti e andare avanti con quelli, osservando che di fatto vi è una maggiore variabilità fenotipica che tra le diverse cultivar.

Quale può essere l’investimento iniziale per coltivare un ettaro di terreno?
Se si decide di coltivare in pieno campo, outdoor, l’investimento iniziale non è altissimo; bisogna provvedere ad una classica aratura, cui seguirà necessariamente una fresatura per affinare il terreno e realizzare un impianto di irrigazione, possibilmente a goccia. Altre strutture fondamentali risultano essere un capannone per l’essiccazione e per i diversi lavori di post-raccolta come la pulizia delle cime e una buona concia, in modo da ottenere un prodotto di qualità superiore. Dobbiamo inoltre considerare che la coltivazione della canapa destinata alla produzione di infiorescenze presuppone un grande lavoro di manodopera, che può essere più o meno rilevante in base alla scelta di partire da semente oppure da piantine già selezionate femmine. Tenendo conto di tutto ciò, una stima di investimento su un ettaro può andare dai 6mila ai 12mila euro.

Il terreno ideale come deve essere?
La Cannabis sativa L. predilige terreni freschi e profondi, ricchi di sostanza organica e ben drenanti. Tuttavia la canapa risulta comunque essere una coltura abbastanza rustica e ubiquitaria e pertanto con determinati accorgimenti possiamo andare ad incidere sulla struttura del terreno che
possiamo migliorare con un ammendante organico come il letame, nel caso in cui fosse povero di humus, e con la corretta irrigazione che va stabilita in base alla tessitura del terreno ed al climogramma di quella determinata area geografica.

Che preparazioni bisogna effettuare?
Dipende dalla natura del terreno; sicuramente un’aratura profonda 20-40 cm, un’erpicatura o fresatura ed eventuali concimazioni in base alle analisi del terreno.

E’ necessario o consigliato irrigare?
Storicamente la canapa era una coltura realizzata in asciutta o al massimo prevedendo delle irrigazioni di soccorso; questo era vero nel caso di coltivazioni ubicate in areali umidi e con una semina fitta (produzione alimentare e da fibra) tale da garantire una minore evapotraspirazione delle piante. Nel caso di un sesto di impianto realizzato per la produzione di infiorescenze avremo però un numero relativamente limitato di piante sul campo, circa 5000 femmine ad ettaro ed in questo caso è obbligatorio realizzare un impianto di irrigazione tenendo conto del fatto che le piante evapotraspirano maggiormente e che le stagioni estive stanno diventando sempre più aride. Consideriamo che la stagione agricola primaverile-estiva dello scorso anno ha avuto un 75% in meno di precipitazioni rispetto alla media decennale.

Come si procede per la concimazione?
La concimazione può essere realizzata attraverso l’utilizzo di un ammendante organico ben maturo come il letame, da disporre in campo a ridosso dell’aratura invernale e può essere anche previsto l’utilizzo dell’urea o di concimi nitrici granulari da utilizzare al momento del trapianto. Mediamente però sul primo ciclo di coltivazione, a meno che in quel campo non fossero state coltivate per lungo tempo specie depauperanti come le cerealicole in monocoltura, può anche non essere prevista nessuna concimazione senza incorrere in carenze o abbassamenti significativi sulla produzione.

Quando e come va raccolto il fiore?
Le infiorescenze vanno raccolte quando i fiori hanno raggiunto la massima compattezza con i pistilli scuri e quasi avvizziti e con la maggiore percentuale di resina sul fiore, che generalmente a maturazione
risulta ambrata. Ovviamente se coltiviamo in pieno campo dobbiamo tenere conto anche delle condizioni atmosferiche e fare una stima sul miglior periodo di raccolta anche in base a questo.

Quanta infiorescenza secca si produce con una coltivazione in campo per un ettaro?
Considerando 5000 femmine l’ettaro e una media di 100-200g secchi a pianta si potrebbero produrre dai 500 ai 1000 Kg l’ettaro.

A quanto viene venduto in media un chilogrammo di infiorescenze?
Il prezzo credo risulti molto variabile in base alla qualità e credo che nel 2018 essendoci molta più offerta i prezzi potranno andare dai 200 agli 800 euro al Kg per la vendita in bulk da parte degli agricoltori.

Il prezzo di vendita in base a quale caratteristiche cambia?
Il prezzo cambia in base alla qualità e questa si ottiene con tre cose fondamentalmente: la genetica di partenza (cloni), l’abilità dell’agricoltore e il post-raccolta. Quest’ultimo aspetto è importantissimo per avere un prodotto di elevata qualità con la giusta essiccazione e la perfetta pulizia delle foglie, che se fatta manualmente ci porta a raggiungere il prodotto migliore possibile.

Avete trucchi o consigli particolari per chi approccio a questo tipo di coltivazione?
Il nostro consiglio è inziare con poco… L’agricoltore deve approcciare a questa coltivazione concependola più similmente ad una coltivazione di zafferano che a colture massive come le ceralicole. Molti ci vengono a dire “ho 5 o 10 ettari”, ma dobbiamo considerare tutte le operazioni colturali manuali (smaschiatura se partiamo da seme, topping delle piante per averle di altezza contenuta, trimmatura ed essiccazione) che fanno di questa coltivazione un sistema che prevede non poca manodopera. Inoltre è meglio avere per questo anno un po’ meno prodotto, ma di altissima qualità, che tantissimi fiori impollinati o essiccati male che subiranno un fortissimo deprezzamento.

Mario Catania

commenti su facebook